Nei primissimi anni ‘50 a pochi metri da Cinecittà, tra i sogni del cinema e il nulla di una campagna che si stendeva a perdita d’occhio, nacque un quartiere con intorno, ovviamente, tanti chilometri quadrati di nulla. Non c’erano scuole, figuriamoci impianti sportivi a disposizione dei giovani; solo i cortili, ampiamente insufficienti per la marea di persone che era venuta ad abitare nei famosi palazzoni. Erano però anni in cui nessuno, né adulti e né bambini, si perdeva d’animo; ci si arrangiava alla meglio, si faceva il possibile sognando l’impossibile fino quasi a toccarlo. Un giorno, poi, arrivò don Paolo Rossi, sì, sempre lui, il don Paolo di cui ho già raccontato e cambiò tutto.
Avete presente i super eroi, vero?
Fumetti, cinema, televisione…ecco, noi, al Tuscolano, un super eroe ce l’abbiamo avuto sul serio e ovviamente era proprio lui, don Paolo, sempre pronto a dare sostegno e, quando serviva, anche man forte. Non solo nel senso di aiuto, ma anche di mano pesante. Credo se lo sarà ricordato a lungo quel politico che si presentò nella Casa delle Suore dell’Assunzione che faceva da Parrocchia in via Viviani e che, dopo un eloquente gesto con il quale prospettava a don Paolo complicità non proprio trasparente, fu scaraventato di peso fuori da un ballatoio alto un paio di metri. Stessa sorte, o quasi, per un impiegato del COR (Centro Oratori) di via della Pigna a Roma.

Cinecittà
Costruito nei primi anni ’50, al tempo Cinecittà era un quartiere di fatto isolato dal resto della città e con una composizione sociale prettamente popolare; redditi bassi, istruzione spesso ancora più bassa, famiglie numerose con genitori magari semplici, ma laboriosi, con figli – almeno due, se non tre – che crescevano praticamente in mezzo alla strada.
Le Olimpiadi dei cortili
È in questo mondo a sé stante che nacquero le Olimpiadi con “corse, salti e lanci”. Olimpiadi che vedevano serissimi atleti improvvisati gareggiare non dentro gli stadi, ma nei prati e a pochi metri dalle baracche che si erano affastellate ai margini del nuovo quartiere. Non si gareggiava per la propria Nazione però, ma per il proprio cortile e i nomi delle squadre erano i cognomi del bambino un po’ più grandicello, o magari più “maturo”, ma sempre e rigorosamente del cortile: tanto per capirci, Martinelli, Chessa, Panzini, D’Antoni e via dicendo.
Per le “corse” non c’erano problemi
Di spazio ne avevamo pure troppo perché intorno al Quartiere, ripeto, non c’era nulla e nemmeno ci rendevamo conto di correre immersi nella “Grande Bellezza” degli Acquedotti, ci eravamo abituati! Per le “misurazioni” usavamo i metri da muratore o “le fettucce” che nelle case non mancavano mai. Certo era difficile che la distanza dei 100 metri piani fosse proprio quella precisa, ma non ci si faceva caso. C’è da dire però che a chiamarli “100 metri piani”, con tutti quei montarozzi che c’erano, ce ne voleva un bel po’ di fantasia.

Staffette e testimoni
Per le “staffette” Don Paolo disse “come si fa con i testimoni?” e giù, tutti a rispondere “a Don Pa’, a che servono i testimoni? Noi nun avemo fatto gnente!”
“Ragazzi, per carità! Avete mai visto una gara di staffetta? Quel coso che si passano si chiama, appunto, testimone”.
Trovare la soluzione fu questione di attimi: manici di legno per le scope ce ne erano in ogni casa, così come le seghe da falegname.
Salta chi zompa
Per la categoria “salti”, si decise di non fare quello “in alto”: nessuno sapeva come e dove appoggiare la “stecca” per saltare!” Per il lungo e il triplo ovviamente non ci furono problemi… anche se dovevamo prestare massima attenzione a dove atterravamo, perché tra la “polvere degli Acquedotti” non c’era sabbia, ma “gloriosi (e duri) “serci romani”. Alla fine non ci furono medaglie, ma i soliti “formaggini di cioccolata stantia” della Pontificia Opera Assistenza” e “dono del Popolo USA” con i “fidesini”, biscotti che, duri come erano, chiamarli biscotti era solo una pia illusione. Vuoi mettere, però, la soddisfazione olimpica per avere vinto i Giochi dei Cortili, guadagnando qualcosa di diverso dal solito pane e olio che ci attendeva a casa?