Centomiglia 1996. Una regata da ricordare

Creata dal Circolo Vela Gargnano nel 1951 la "Centomiglia", manifestazione velica tra le più importanti, ha visto competere grandi campioni e tutti i tipi di barca. L'edizione del 1996 non fu come le altre, il vento la rese indimenticabile. Giancarlo Basile ne ha lasciata una storia emozionante e mozzafiato pubblicata sul Notiziario del Centro Studi Tradizioni Nautiche dell'agosto 2019. Il 10 gennaio scorso Giancarlo Basile ha preso il largo dopo una vita di vela e di mare. Ci piace ricordarlo facendone rivivere parole ed emozioni.
Centomiglia 1996 Garda

Alla Centomiglia del Garda del 1996, quella del “ventone”, partecipai al timone dell’ARC (Absolule Racing Class) Città di Santa Marinella, sponsorizzata dall’omonimo ridente Comune, il cui graziosissimo porticciolo è dominato dall’antico castello Odescalchi, contornato dai suoi pini secolari.

La barca

Progettata tre anni prima da Massimo Paperini e appartenente all’Associazione sportiva Chiave di Violino (che si appoggiava alla locale Sezione della LNI), la Città di Santa Marinella, è lunga 10 metri, larga 2,50, con un bulbo che sembra un’ala d’aliante, profondo due metri e venti: un gioiello di barca, priva di qualsiasi cosa che non sia essenziale, motore compreso. Di bolina sembra che riesca anche a procedere controvento e al lasco plana come fosse un grande windsurf…
Unico piccolo particolare: era stata progettata per regatare in match race con un massimo di 15 nodi di vento reale che, con un po’ di buona volontà, potevano diventare una ventina. Sul lago ne abbiamo trovati 40!
L’equipaggio, di sei membri, non era proprio al massimo dell’allenamento, ma l’entusiasmo c’era, e tanto. Non che basti, ma è certo l’ingrediente essenziale per cimentarsi in una Centomiglia così ventosa.

Alle cinque del mattino veniamo svegliati di soprassalto

Il Pelèr s’è alzato fortissimo, le barche ammassate nel porticciolo di Bogliaco in attesa della Centomiglia sono in pericolo per la forte risacca che fa scoppiare i parabordi: bisogna uscire!
Alle cinque e mezzo siamo a bordo. Ringrazio Iddio di essere riuscito a girare la barca con la prua in fuori la sera prima (impresa ardua, col porticciolo intasato).
Alziamo il fiocco autovirante, una dozzina di metri quadri, molliamo gli ormeggi e usciamo dall’imboccatura a palla di fucile, col vento al giardinetto di sinistra. Veniamo subito all’orza per non finire sugli scogli che sono davanti, e cominciamo la sarabanda. Sta iniziando ad albeggiare.
Col solo fiocco ben cazzato piatto si bolina benissimo, a dispetto di tutti i sacri testi, secondo i quali la barca dovrebbe essere molto puggera. Il fatto è che pur essendo in sei buttati il più possibile sopravento, l’inclinazione è forte, sui 45°, e ciò compensa esattamente, manco a farlo a posta, la ovvia tendenza puggera che determinerebbe il fiocco se la barca fosse meno sbandata.

Si va che è una meraviglia

La barca sembra un siluro, semisommersa com’è da ogni onda che monta sulla prua, uscendo però immediatamente dalla poppa aperta (benedetto chi l’ha, inventata!) Neppure una goccia entra in barca, dotata di due portelli a chiusura ermetica.
Pochi minuti dopo esce un’altra barca: ha la poppa rivolta verso l’imboccatura. Alza il fiocco col vento in prua, molla gli ormeggi, retrocede e . . . abbatte dalla parte sbagliata! Finisce immediatamente sui ripidi scogli e ì membri dell’equipaggio da velisti si trasformano subito in bravissimi alpinisti… Nessuno si fa male, ma la barca è irrecuperabile.
Noi intanto bordeggiamo, cercando qualche rara zona un po’ meno esposta, a ridosso di un monte, aspettando l’ora della partenza, le otto e trenta. Di alzare la randa non se ne parla neppure.

Via!

Finalmente si fanno le otto e venti e, puntualissimo, ecco il botto. Dieci minuti e la Centomiglia parte! Le barche fuori sono tante ora, circa trecento, ma tutte in serie difficoltà: le scuffie e i disalberamene non si contano nei pressi della linea di partenza, e i mezzi di soccorso hanno il loro bel da fare. Al colpo del “via” parte il motoscafo dalla barca giuria e percorre la linea di partenza verso la boa. Bisogna passargli, di poppa: un ottimo sistema per scaglionare le barche in partenza e minimizzare i rischi di collisione.

Il fiocco impazzito

Siamo in ottima posizione, mure a dritta, prossimi alla barca giuria, ma ecco l’imprevisto: a un minuto dal via un colpo secco a prua e il fiocco che si mette a sbattere all’impazzata.
Puggio immediatamente per diminuire il vento relativo e facilitare l’ammainata (è il vento stesso che butta giù il fiocco quando si è in poppa, mentre tende a tenerlo quando è in prora, vista l’inclinazione dello strallo) e la vela è in coperta in men che non si dica, senza danni. Il carrello dell’auto virante aveva letteralmente strappato via un pezzo del suo trasto curvilineo, sostenuto in quattro punti. Sembrava segato di qua e di là del carrello: classica sollecitazione “a taglio”, direbbe un ingegnere.

Cosa fare? Ritirarsi?

L’ho sempre considerato poco sportivo oltre che, ancora più importante, poco marinaresco.
Con la barca traversata al vento per scarrocciare meno (si fa per dire) improvvisiamo due punti di scotta coi due bozzelloni dello spinnaker, legati a ciò che resta del trasto in corrispondenza del supporto mediano di dritta, e direttamente alla base dell’albero a sinistra, con la successiva aggiunta di un barber verso le lande. Improvvisiamo anche una scotta doppia con una cima abbastanza lunga che fortunatamente era rimasta a bordo, e rialziamo il fiocco.

L’obiettivo non cambia

Abbiamo scarrocciato di un paio dì miglia, nel frattempo e le barche che sono partite sono almeno cinque miglia di prora, ma non ci importa. L’obiettivo ora è portare a termine la Centomiglia a ogni costo. Quelli che hanno alzato la randa sono perennemente coricati sull’acqua: sono i primi che raggiungiamo. La nostra bolina, controllata con un GPS portatile, è incredibile, come pure la velocità: 90° fra le rotte, 80° fra le prue, sei nodi, con un vento a 40 e raffiche a chissà quanto.
L’albero, con le due volanti ben cazzate, non dà alcun segno di cedimento o di pompaggio.

Centomiglia 1996
(Centomiglia 1996. “Sprit-Tecnoplast” – Asso 99 – vincitore assoluto)

Si recupera!

A una a una recuperiamo alcune decine di imbarcazioni prima di arrivare alla boa al vento, nei paraggi di Riva. Qui siamo un po’ ridossati dalle alte montagne. Poco prima di giungere in boa, alziamo quindi tutta la randa e ci prepariamo a dare Io spi per l’impoppata.
La manovra riesce perfettamente e partiamo così, con le mure a dritta, in una planata senza fine. Il GPS non ci fornisce più la velocità, che però è impressionante, con l’equipaggio tutto a poppa per planare meglio ma soprattutto perché la prora tende a volte ad andare sott’acqua, a rischio di farci fare la capriola! Quando arriva una raffica più forte l’accelerazione è tale che bisogna tenersi forte per non essere spinti indietro. Si governa perfettamente, ma sul filo del rasoio!

Dopo un’ora circa occorre strambare

Faccio un briefing preliminare urlando per farmi sentire e … via! Riesce bene, da manuale. Passa ancora un’ora e siamo già a metà lago o quasi. Occorre strambare ancora: questa volta la scotta dello spi si incattiva, la vela va tutta da una parte, la barca parte in una straorzata incontrollabile e l’albero va in acqua in un baleno!
Riusciamo a filare per occhio la scotta dello spi e, filando anche quella della randa, riprendiamo il controllo. Ma la scotta di spi se ne è andata, perché il moschettone si è aperto durante i forti scuotimenti. Niente più spinnaker, dunque, ma tanto sono solo due le barche che riescono ancora a tenerlo. Con randa e fiocco si continua ancora, a planare, sia pure a minore velocità, ma molto più tranquillamente.

Al traguardo

Giungiamo così alla boa di sottovento, in fondo al lago, e ci rimettiamo di bolina, con la randa terzaruolata, perché il vento ora lo consente. Si va ancora bene e superiamo qualche altra imbarcazione. Ma al tramonto il vento abbonaccia: a poche miglia dal traguardo dobbiamo lottare con le bavette e con l’onda residua.
Finalmente, quando è ormai buio, tagliamo il traguardo della Centomiglia. Siamo settimi su ventotto della nostra classe.
All’anno prossimo la rivincita!

Giancarlo Basile capitano di corvetta, pilota, scrittore, Maestro di vela e di mare (1931-2023)

ARTICOLI CORRELATI

Il ragazzo della vita accanto. I destini di due atleti che non si sono mai incontrati

Franco e Federico hanno vite comuni, passioni comuni, tanto comuni al punto che vivono vite parallele, pronte a un incontro che non avverrà mai, ma che potrebbe accadere in qualunque momento. Eppure, le vicende umane di cui sono protagonisti s’intrecciano nel finale a sorpresa di un destino manifesto capace di unire ciò che era diviso e avvicinare ciò che era lontano

Leggi tutto »

Il Rex. Mare, acciaio e cuore

Questa è una storia di mare, di acciaio e di cuore. Le navi di questo sono fatte. Il Rex più di tutte. 90 anni fa il Rex batte il record di velocità per la traversata del nord Atlantico, conquista il Nastro Azzurro ed entra nella storia. Il Rex, però, è soprattutto immaginario, si fa beffa del tempo e ancora oggi, a raccontarne, emoziona. Di lui rimangono una memoria fortissima e alcuni cimeli sopravvissuti. Soprattutto, però, rimane un’elica da ritrovare e riportare a casa.

Leggi tutto »
Amerigo Vespucci

Stoccolma 1965. Festa sul Vespucci.

Nave Vespucci. Crociera estiva 1965. 4 settembre, sosta a Stoccolma. Cielo molto nuvoloso. Temperatura 6 gradi. Trattenimento danzante a bordo. 350 invitati. Il ricevimento a bordo raccontato da un protagonista.

Leggi tutto »
Roland Garros 2021

Roland Garros, racconti di grande tennis – 2

È terra rossa, la respiri, si mischia con il sudore, ti rimane attaccata alla pelle sotto centinaia di occhi che ti fissano dalle tribune e altre decine di migliaia che ti guardano in televisione.
Ti emoziona? Sorridi, sei fortunato, stai giocando al Roland Garros.

Leggi tutto »
Ernesto Duchini

Ernesto Duchini. Il maestro del calcio argentino

Se il calcio argentino ha un maestro, non può essere altri che lui. Calciatore con il Chacarita sin dagli anni’30, alla fine degli anni ’40 si siede dall’altra parte del campo. Venti anni come responsabile tecnico e altri venti da supervisore della nazionale giovanile. Una vita passata a vedere campioni dove altri vedevano solo ragazzi. Ernesto Duchini ha avuto una vita straordinaria e questa è la sua storia

Leggi tutto »



La nostra newsletter
Chiudi