Carlo Pisacane e il Cagliari. Una questione di cuore.

Napoletano, ma diventato sardo nell’anima, più che schemi e tattiche, Fabio Pisacane ha insegnato cuore, orgoglio e gratitudine.
 Marco Milano
Fabio Pisacane

Fabio Pisacane è allenatore del Cagliari e fieramente sardo d’adozione. 
“Non è stata solo una partita, è stata una dichiarazione all’Italia. Sono fiero di voi, mi avete reso un allenatore e vi sarò grato per il resto della mia vita”. Pisacane Fabio, “Pisadog” per gli amici di Napoli dove è nato e dove la famiglia nei Quartieri Spagnoli gestisce con questo “nome d’arte” uno dei ritrovi per chi ama il rito dello spritz. Nato nel 1986, ha da poco spento le sue prime quaranta candeline. Eppure, ha la saggezza di un allenatore di lunga data, che viene da una consolidata carriera. Ma mister Pisacane ha, invece, completato la sua stagione di esordio da allenatore della prima squadra del Cagliari calcio. In terra sarda si è consumata fino ad oggi la sua, ancora, breve ma già intensa carriera da coach, prima come collaboratore tecnico, poi allenatore in seconda della compagine “Primavera”, quindi tecnico “titolare” e poi il salto nella prima squadra. A Cagliari Fabio Pisacane ha un pezzo di cuore, sei stagioni da calciatore, difensore serio e coriaceo, di quelli che lasciavano sempre “un polmone in campo” e poi la sopracitata carriera, prima parte, di quella che ha tutti i presupposti per essere lunga e proficua, da allenatore. E non per alchimie tattiche, schemi, lavagnette, o per dirla alla Lino Banfi nella ineguagliabile pellicola L’allenatore nel pallone nei panni di Oronzo Canà, schierando la squadra con il 5-5-5 o la bi-zona.

Fabio Pisacane

Mister Fabio Pisacane: a Cagliari una grande impresa

Ma perché se si ha la capacità di dire in uno spogliatoio ai propri calciatori “sono fiero di voi, mi avete reso un allenatore” significa che tutto il resto verrà, strategie, disposizione di ali e tornanti, difesa “a tre” o “a quattro”, ma Fabio Pisacane è già un grande allenatore. E lo sarà con e senza risultati. Vincendo o perdendo in campo. Ma trionfando tra le mura di quei piccoli o grandi spazi, vetusti o moderni, normalmente situati sotto i campi di calcio, dove si fa la partita prima di andare a portare i tacchetti sul prato verde. Perché ciò che si dice alla propria squadra, la capacità di trasmettere emozioni, di essere sentimentalmente “veri” fa la differenza, molto più di saper fare il “tiki-taka”. Lo documenta uno straordinario Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”. Un allenatore di football americano, di nome Tony D’Amato che dice alla sua squadra che “mezzo passo fatto un po’ in anticipo o un po’ in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi… ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo”.

“Milan-Cagliari una dichiarazione all’Italia”

E non è casuale che la capacità di essere veri, di dare il valore alle persone, di mettere il sentimento della riconoscenza prima di altro, il sostenere che Milan-Cagliari 1-2, ultimo match del campionato 2025/2026 “non è stata solo una partita, è stata una dichiarazione all’Italia” siano del capo allenatore della squadra che rappresenta nel calcio il capoluogo ma di fatto l’intera regione Sardegna.
Il “sardismo” e la “sardità” nel calcio come negli altri sport, nella vita come nel lavoro, sono un modo di vivere, di essere, di comportarsi. Si può non nascere a Cagliari, e in nessun altro paese di quella regione completamente bagnata dal mare e isolata dal “continente” ma se si risiede nella terra dei nuraghi si cambia, si diventa sardi dentro. Essere sardi vuol dire essere orgogliosi, grandi lavoratori e difensori della propria identità, rispettosi, sino al midollo, del proprio paese, e soprattutto umili e semplici, capacità di riconoscere i meriti altrui prima dei propri. Insomma, con buona pace del Marchese del Grillo, i sardi non pensano mai “io sono io e voi non siete…nessuno”, ma, anzi, il sardo è cooperativo, è squadra nella mentalità, è sana testardaggine, di quella che “testa bassa e pedalare” ti fa arrivare al successo.

Fabio Pisacane

Cuore sardo: Gigi Riva, ma anche Matteoli, Virdis, Zola, Barella 

Citare Luigi Riva detto Gigi nonostante si possa pensare che sia scontato è sempre doveroso. Rombo di Tuono non era nato in Sardegna ma poi è diventato sardo per sempre, nei modi, nei valori, unico, come solo i sardi sanno essere, nella vita come nello sport. Poi ci sono quelli che nell’isola sarda ci sono anche nati come Gianfranco Matteoli, Pietro Paolo Virdis, Gianfranco Zola, Nicolò Barella. Tutti accomunati dalla capacità di dare l’anima sul campo, di essere dediti alla causa, di mettere i valori dinanzi a tutto. Ma non solo. L’isola dei Quattro Mori nello sport è Cagliari, ma anche Olbia e Torres, e per il basket, per esempio, la Dinamo Sassari.
“La libecciata” come ribattezzata da mister Claudio Ranieri, altro splendido condottiero, nato lontano da Cagliari ma sardo d’adozione e nell’animo, che sarà ricordato anche per la magia del gol all’ultimo minuto dei play-off che ha regalato il sogno della promozione in serie A nella stagione 2022/2023, è lezione di vita, capacità di navigare in buone e cattive acque senza mai perdere calma e obiettivo anche quando la dea bendata con una leggera miopia si adagia lontano dalle casacche dai colori rosso e blu.
Al centro sportivo Asseminello le idee sono sempre chiare per la squadra che rappresenta l’isola: spirito sardo di resistenza e lotta, di orgoglio e “garra charrua”, termine comune al popolo isolano e alla nazione uruguaiana, che, poi, da sempre, tra l’altro sono legati e idealmente gemellati.
Una “Splendida Cornice”, dunque, proprio come il titolo della fortunata trasmissione tv in onda su Rai Tre di una sarda doc nata a Cagliari, Geppi Cucciari. In questa squadra si combatte per un centimetro; in questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro; ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta”. È di nuovo Al Pacino che parla, ma sembra Fabio Pisacane.

In Sardegna “la casa è piccola, il cuore è grande”

Un grande allenatore mister Pisadog, una grande squadra il Cagliari, un solo scudetto ma una storia immensa, unica, come la Sardegna e l’orgoglio sardo. “Sa domo est minore, su coro est manna”, la casa è piccola, il cuore è grande, antico adagio sardo. Ieri come oggi, è proprio così, la Sardegna è piccola, il cuore dei sardi è grande. Pisacane Fabio, nato a Napoli, sardo per sempre.

Marco Milano nato con il sogno di diventare giornalista a Capri nel 1976. Giornalista sportivo, iscritto all’Unione Stampa Sportiva Italiana, socio della Società Italiana di Storia dello Sport. Nel pantheon personale Vladimiro Caminiti (“Il calcio non è solo divismo, è resoconto della vita”) e Nick Hornby (“Anche se tutto va male, c’è sempre un campionato che inizia a settembre”). Si sente felice e realizzato da quando scrive per Sportmemory che “racconta storie di sport”.

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