sabato, 28 Maggio 2022

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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La lunga marcia delle Olimpiadi invernali

La lunga marcia delle Olimpiadi invernali
Roberto Amorosino
La lunga marcia delle Olimpiadi Invernali, iniziata a Chamonix nel 1924,arriva a Pechino, dove di lunghe marce ne sanno qualcosa. Vediamo da vicino le tappe di avvicinamento del grande spettacolo dello sport bianco.

La lunga marcia verso le Olimpiadi Invernali di Beijing 2022 è partita tanto, ma tanto tempo fa. 
Siamo nel 1911 e il segretario generale del Comitato Olimpico è un italiano: il conte Eugenio Brunetta d’Ussaux. Colui che aveva provato, senza successo, a portare a Roma i Giochi del 1908, rilancia chiedendo di aggiungere una settimana al programma di Stoccolma 1912.

Roma salta per l’ostracismo del nostro governo, gli svedesi non ci pensano proprio a svilire il significato dei loro giochi nordici della neve già in calendario ogni quattro anni dal 1901. Il conte muore in circostanze mai precisate quando è in procinto di partire per la Russia per conoscere la sorte dei parenti della moglie dopo la rivoluzione d’ottobre. È il 1919, non fa in tempo a vedere il suo sogno realizzato che si materializza cinque anni dopo e, grazie al cielo al ghiaccio alla neve, per non fermarsi più. 

Le Olimpiadi Invernali sono ora alla ventiquattresima puntata. Mille storie e noi qui, a scaldare sciolina e muscoli, a condividere alcune pillole della memoria, ben sapendo di fare tantissimi torti. 

 

Chamonix 1924
(Olimpiadi invernali 1924)

Chamonix 1924

La prima edizione nasce come Settimana Internazionale Invernale, ma il successo fu tale che il retroattivo riconoscimento fu accettato da tutti, compresi gli scettici scandinavi di cui sopra. E ci credo, si portarono a casa 28 medaglie su 43! La prima in assoluto è dell’americano Charles Jewtrew nei 500m pattinaggio veloce. I canadesi dell’hockey andarono a segno ben 110 volte, subendo solo tre reti, nei cinque incontri disputati.

St Moritz 1928

Per la prima volta giochi estivi ed invernali non si svolgono nella stessa nazione. Si presenta lo skeleton, lo slittino a faccia avanti. Il pattinaggio di figura vede la stella di una quindicenne norvegese, Sonja Henie, brillare fino ad illuminare per anni i teatri di Hollywood. Il Canada, incredibile ma vero, si migliora: non concede nemmeno una rete in tutto il torneo. 

Lake Placid 1932
(Olimpiadi invernali 1932)

Lake Placid 1932

Gli americani se la comandano. Il non ancora presidente FDR e la non ancora first lady, Eleanor Roosevelt, inaugurano i Giochi provando l’ebbrezza della pista da bob. La federazione a stelle e strisce si aggiusta i regolamenti delle gare di velocità sul ghiaccio cogliendo impreparati gli europei, e finisce 10 medaglie a 2 per i cowboys. L’impresa da applausi meritati è di Eddie Egan, altro americano, oro nel bob a quattro dopo, 12 anni prima, l’oro nella boxe, pesi leggeri. 

Garmish 1936
(Olimpiadi invernali 1936)

Garmisch 1936 

500.000 spettatori raggiungono le piste, grazie ad un servizio bus super efficiente, per l’ultima giornata di gare. Esordio per lo sci alpino, ma austriaci e svizzeri boicottano le gare dopo la controversa decisione di vietare la partecipazione ai maestri di sci, considerati pro. La notizia è che il Canada le prende da GB nell’hockey, la non notizia che 10 dodicesimi dei campioni olimpici vivono e giocano in Canada.

St. Moritz 1948 

Si ricomincia dopo che Sapporo e Garmisch devono arrendersi alla storia. Solo nel 1952, finalmente, i Giochi arrivano nella patria dello sci moderno: Oslo, Norvegia. Per la prima volta, il cross country ha la prova femminile. Trionfo finlandese, quattro fra le prime cinque ed oro per Lydia Wideman, una sorella gemella e nove fratelli, tutti fondisti. 

Cortina 1956
(Olimpiadi invernali 1956)

Cortina d’Ampezzo 1956

Prima volta dell’Unione Sovietica che, boom, si piazza davanti a tutti nel medagliere. Prima volta della TV a portare nelle case le imprese dell’austriaco Anton Sailor, tre su tre nello sci alpino, e le prove di pattinaggio artistico che per l’ultima volta si svolgono all’aperto.Nonostante un solo oro azzurro arrivato da Lamberto Dalla Costa e Davide Conti nel bob a due, una tappa importante in un’Italia che sorrideva al futuro.

Squaw Valley, California 1960 

Saltano le gare di bob, troppo pochi i paesi intenzionati a partecipare. Il Segretario di Stato, JF Dulles, lancia un messaggio di amicizia al mondo e decide che i partecipanti ai Giochi non devono necessariamente fornire le impronte digitali per entrare il paese. A Walt Disney in persona tocca organizzare le due cerimonie, apertura e chiusura, un successo in pieno stile Disneyland. La TV, con le dirette CBS, fa un altro passo avanti: il replay, strumento gradito da appassionati e giudici di gara. 

Innsbruck 1964

Le due Germanie partecipano con una sola formazione. L’ansia degli organizzatori per la scarsa neve sulle piste, passa in secondo piano quando due atleti – un britannico per lo slittino ed un austriaco della discesa   libera – perdono la vita nelle prove prima delle rispettive gare. 

Grenoble 1968 

vive il momento di tensione più alto attorno allo slalom maschile.
Karl Schranz, austriaco, presenta una protesta ufficiale dopo che un uomo non meglio identificato, ma di nero vestito, attraversa la pista durante la sua prova. Ricorso accettato, nuova discesa e miglior tempo per Schranz. Tempo mezz’ora e verdetto ribaltato, vittoria confermata per la leggenda JC Killy che così centra il 3 su 3 nelle prove alpine.
Per noi, mai troppo celebrata l’impresa di Franco Nones che nella 50km di fondo diventa il primo non scandinavo sul gradino più alto del podio della specialità. 

Sapporo 1972
(Olimpiadi invernali 1972)

Sapporo 1972 

Ancora la politica. Il Canada rinuncia all’hockey esasperato dalla regola che frena i loro professionisti, ma consente ai sovietici ed agli est europei di schierare i migliori “in quanto impiegati governativi”. Il Giappone, oltre ad un’organizzazione delle sue, centra le prime medaglie di sempre dominando il salto dal trampolino. 

Da Denver a Innsbruck 1976 

Sarebbe toccato a Denver, ma la gente del Colorado si mette di traverso e con un referendum boccia lo stanziamento di fondi pubblici. 
Innsbruck torna comoda con impianti ed esperienza sempre di prima scelta.
La foto dei Giochi ère Franz Klammer, due colonne di marmo al posto delle gambe, che spettacolarmente perde l’equilibrio durante la discesa libera ma, senza cadere, arriva al traguardo illeso e con l’oro che lo aspetta.

Lake Placid 1980 

sono forse i giochi della peggior macchina organizzativa mai vista, di Ingemar Stenmark ma soprattutto di Mike Eruzione, il ventiseienne del Massachusetts di “Miracolo sul ghiaccio”.
È sua la rete del definitivo 3-2 ai sovietici nella finale di hockey.
Forse, senza forse, esagera Sports Illustrated che lo ha incoronato il momento sportivo più grande del ventesimo secolo, ma di certo uno delle più grandi sorprese di sempre: universitari contro la super favorita macchina da guerra. Sweet revenge dopo il basket di otto anni prima. E storia nella storia, il marchio di Mike “Rizzo” Eruzione, l’italo americano che non vedrà mai la NHL, ma vedrà la sorella Connie convolare a nozze con il nostro Long John, Giorgio Chinaglia.

Sarajevo 1984
(Olimpiadi invernali 1984)

Sarajevo 1984 

Sarajevo non conosce ancora la guerra e non immagina che la pista del bob otto anni dopo sarà occupata dall’artiglieria serba. Sono i Giochi sulle note del Bolero di Ravel che accompagnano l’esibizione di Jane Torvill e Christopher Dean, i britannici che entrano nella storia dello sport del loro paese per non uscirne più. 

Calgary 1988

Per me e per tanti, la bomba Tomba e Katharine Witt (già oro a Sarajevo) che tanta eleganza sull’anello di ghiaccio non s’è più vista. È l’esordio della neve artificiale che attenua i patemi degli organizzatori e ci avvicina al mondo che verrà. 

Albertville 1992 

È ancora Albertone nostro, primo atleta capace di vincere la stessa prova alpina in due edizioni consecutive.
Si apre una nuova stagione con i Giochi estivi ed invernali separati solo da due anni e non più con svolgimento nello stesso anno. 

Lillehammer 1994 

È l’apoteosi, lo spirito olimpico si esalta nella naturale passione dei norvegesi per la neve e per il ghiaccio. Chiudiamo gli occhi per veder scorrere il film del finale della staffetta 4×10 di fondo. Quel frenetico sventolar di bandierine rosseblubianco, quel frastuono pazzesco e poi quel silenzio surreale. Noi davanti a loro: Maurilio, Marco, Giorgio e Silvio ma qui ci torniamo un’altra volta perché va raccontata per bene. 

Nagano 1998 

arrivano curling e snowboard. È del canadese Ross Rebagliati la prima medaglia d’oro di quest’ultima disciplina, medaglia che si vede – nel giro di due giorni – assegnare, togliere, restituire. Il controllo doping certifica l’uso di marijuna che però non incide sulla prestazione sportiva e quindi va bene così. Comunque segnato dalla vicenda, Ross – fra l’altro, anche cittadino italiano – è ancora un testimonial convinto delle proprietà della canapa, dice lui – ma solo adesso – “che può permettere di portarti al 110% d’una prestazione sportiva, almeno in quel momento, in quel preciso momento“. 

Salt Lake City 2002 

È la fine della makumba per questa cittadina dell’Utah.
Dopo cinque tentativi riesce ad aggiudicarsi i Giochi e lo fa per bene chiudendo con un attivo di budget di 40 milioni di dollari a beneficio degli impianti e dello sport locale. Ottanta ori assegnati, ma uno che ancora oggi raccoglie milioni di views sui social. Steven Bradbury, short track e non credo ci sia da aggiungere altro. Se non lo conoscete, non dico altro se non di digitare il suo nome su YouYube e vedere quello che succede.
Doing a Bradbury è ora molto di più di un modo di dire. 

Torino 2006
(Olimpiadi invernali 2006)

Torino 2006 

Da qui in poi tutto sembra ieri. Manuela Di Centa, sette medaglie olimpiche e membro del CIO, è designata per la premiazione della 50KM di fondo maschile inserita nella cerimonia di chiusura. Accade l’impensabile. Vince il fratello Giorgio, il nostro quinto oro. Le mani di Manuela a stringere la medaglia d’oro che finisce attorno al collo di Giorgio, poi Mameli poi gli occhi lucidi di gioia e malinconia. 

Vancouver 2010

Il Canada, dopo aver fallito nelle due precedenti occasioni, vince l’oro da padrone di casa. E non solo uno, ben 14 per il primo posto nel medagliere. L’altro record è della città stessa con l’area metropolitana più estesa nella storia dei Giochi invernali, record adesso con i giorni contati.

Sochi 2014 

Vede ben otto triplette, le tre medaglie per lo stesso paese nella stessa prova: Olanda pattinaggio veloce (500, 1000 e 5000 metri uomini e 1500 donne), il freestyle con un piazzapulita americano ed un altro francese, i russi nella 50km e le norvegesi nella 30 km di fondo. 

PyeongChang 2018

Di record in record arriviamo all’ultimo atto, quattro anni fa, dal 9 al 25 febbraio, l’edizione coreana. 1200 droni impiegati per la cerimonia d’apertura, ma il più grande di tutti che si chiama Shooting Star viene lasciato a terra sul più bello e chissà perché. La mondovisione non si scompone ed all’insaputa di tutti, viene semplicemente trasmesso un filmato archiviato due mesi prima. Quasi contemporaneamente un cyber attack rischia di far saltare il banco. Gli hackers compromettono tutte le apparecchiature firmando l’attacco con sigle che richiamano a Cina e Nord Corea, ma la macchinazione più sponsorizzata riporta a Mosca dove tanta è l’acredine per l’esclusione degli atleti russi bloccati dal doping. 

Aspettando Pechino

Chiudiamo qui aspettando Pechino, nell’incertezza che Sofia Goggia possa difendere il suo titolo di discesa libera. Chiudiamo qui ma ci sarebbe ancora tanto da dire sull’ultima edizione. Ci sarebbe il record del giapponese Noriaki Kasai, trampolino, otto olimpiadi di fila solo lui. Ci sarebbe Ester Ledecka con due ori, superG alpino e gigante parallelo snowboarding, due discipline diverse solo lei. Ci sarebbe infine che la Norvegia, la regina Norvegia, che con 39 medaglie stabilisce il nuovo primato in una sola edizione.

Noi, eredi meno nobili ma altrettanto fieri del conte Brunetta d’Ussuax, ci teniamo strette le nostre 114 complessive con le 37 d’oro che luccicano come fosse ieri.
La passione bianca vive. 

 

 

 

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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