Morena Tartagni, il ’68 e la rivoluzione del ciclismo femminile

Oggi siamo una superpotenza, ce la giochiamo con olandesi, americane, est europee. Ci siamo presi l'inferno del Nord e non ci poniamo limiti. Le nostre ragazze hanno gambe e testa, e qualcuna un cuore grande così. L'esempio di Elisa Longo Borghini spiana salite, discese ed avversarie, nel solco tracciato da Morena Tartagni, pioniera di un tempo se non più romantico, sicuramente più difficile.
Morena Tartagni

Per Elisa. Musica e parole del maestro. Per Elisa. Vorrei anch’io saper scrivere un’ode.
Ossessionato come sono da Elisa Longo Borghini, la nostra atleta che sulla bici tira fuori tutto quello che ha e giù dalla bici è una gran bella persona. Con gli occhi vedi il talento e la generosità che l’hanno portata quattro volte sul podio, il gradino più basso damn, del mondiale e della olimpiade.  Con le orecchie ascolti ogni sua intervista a fine corsa, quando il suo primo pensiero è sempre per la sua Patria e le compagne di squadra. 
E allora ti viene in mente Morena Tartagni, che nel ’68 ha segnato la rivoluzione del ciclismo femminile italiano

Elisa Longo Borghini

A 30 anni Elisa Longo Borghini, ragazza di Ornavasso, figlia della sci fondista Guidina Dal Sasso (ed il pensiero corre parallelo a Maria Canins, fortissima interprete su sci e pedali), conta otto titoli nazionali, due monumento (Fiandre e Roubaix), una monumento che sarà (Strade Bianche), decine di vittorie, decine e decine di piazzamenti spesso beffardi.
La sorte e la tigna poi qualche volta restituiscono ed è recente la vittoria, per un solo secondo di margine, al Tour UK davanti all’aussie Grace Brown dopo sei combattute tappe, l’ultima con arrivo ad Oxford. 

Elisa Longo Borghini
(Elisa Longo Borghini)

Oggi il ciclismo femminile italiano è tanta roba

La maglia dei sette colori dell’iride è di Elisa Balsamo che quest’anno ha centrato diverse corse di un giorno con la chicca della Gent-Wevelgem.
È Marta Cavalli, dominatrice di Amstel e Freccia Vallone.
E mentre combattono con il tempo tre campionesse mondiali del calibro di Marta Bastianelli, Giorgia Bronzini e Tatiana Guderzo, si fanno largo Silvia Persico, Sofia Bertizzolo, Martina Fidanza e Letizia Paternoster, chi su strada chi su pista. E ne dimentico altre. 
Elisa Longo Borghini – segno di riconoscimento, la terza piazza – è l’erede in tutto e per tutto di Morena Tartagni, il bronzo di Imola ’68, la prima medaglia mondiale nella storia del nostro ciclismo donne.

Elisa Balsamo
(Elisa Balsamo)

Il ’68. La rivoluzione di Morena Tartagni

Morena Tartagni, cresciuta in Lombardia, torna sulle strade della natia Romagna per la corsa più importante.
Tra Imola e la sua Predappio ci sono meno di 60 Km, esattamente quelli previsti per la prova in linea. Morena è la più giovane al via con i suoi 19 anni scarsi. Il ciclismo femminile fatica, la federazione è distratta e lenta di comprendonio, le ragazze ci sono ma devono sobbarcarsi spese di viaggio e sacrifici d’ogni genere solo per poter partecipare, a vincere non ci si pensa proprio.

Morena Tartagni però si allena con i ragazzi e vede che quasi mai si stacca, non si domanda dove potrà arrivare e nessuno nemmeno glielo chiede, di sicuro sa che la condizione è buona e che l’aria di casa aiuta sicuro. Non conoscendo le avversarie e tutto sommato nemmeno sé stessa, decide di fare corsa davanti dall’inizio alla fine senza perdere mai contatto. Decide di giocarsi così tutte le sue carte nella volatona finale dove solo l’olandese e la sovietica hanno uno spunto migliore.

Morena Tartagni
(Morena Tartagni)


Sul podio è raggiante, bellissima con i suoi occhialoni da vista, i fiori e la medaglia al collo, solo parzialmente consapevole del momento. 
Morena Tartagni, la pioniera, non si ferma più. Ancora sul podio ai mondiali di Leicester e Mendrisio e sempre con un pizzico di rammarico per una vittoria che era lì a portata.
Morena Tartagni l’apripista. 

Il giorno dopo

Il giorno dopo infatti, il primo settembre, Vittorio Adorni e la squadra azzurra scrivono una delle pagine più belle del nostro sport.
277 Km. per 7h e 27′ in sella con il nostro che straccia il belga Van Springel attardato di oltre 9′ – tuttora il più grande margine della corsa iridata – e con il mio Dancelli terzo, Bitossi quarto, Taccone quinto e Gimondi sesto.
Un’impresa irripetibile che mi rimanda all’emozione provata, io undicenne, al bar Conchiglia di Nettuno, il mio mare, con la TV lassù in alto – piccola, scura, senza audio – e l’immagine del parmense, braccia alte al cielo, per il trionfo che ci riportava il mondiale a casa casetta dopo dieci lunghi anni. 
Il giorno dopo è il ricordo che non sbiadisce di quel primo di settembre di un anno diverso da qualsiasi altro. Il giorno dopo oggi è il Giro d’Italia (30 giugno-10 luglio) che si sta correndo ed il Tour de France (24-31 luglio) che bussa alle porte.
Elisa & Co. non ci deluderanno, scommettiamo? 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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