Simone Moro. L’impossibile relativo.

Esiste l'impossibile? Può darsi, ma la storia e le imprese di Simone Moro ci insegnano che l'impossibile si può guardare negli occhi, perché l'impossibile è relativo. Anche se si chiama K2, anche se si chiama 8.000.
Simone Moro Shiha Pangma 2005

La montagna degli italiani per definizione è il K2.
La leggendaria spedizione di fine luglio 1954 guidata da Ardito Desio, 13 scalatori, 5 ricercatori ed un bel numero di portatori che attraverso la via dello Sperone degli Abruzzi del versante sud est, raggiunge per la prima volta in assoluto la vetta a quota 8.611, la seconda più alta del mondo.
Lo Sperone, la via italiana esplorata 45 anni prima da Luigi Amedeo duca degli Abruzzi.
Roba nostra insomma. 

Il K2 conserva ancora oggi il nome ricevuto dal tenente geometra Thomas G. Montgomerie che, per primo, avvistò una serie di alte vette in linea lungo 200 Km sul Karakorum, la sub catena a nord ovest dell’Himalaya. K per Karakorum. Le altre sono il K1 (oggi Masherbrum), K3 (Broad Peak), K4 (Gasherbrum II) e K5 (Gasherbrum I). Il K2 chissà perché ha mantenuto il suo nome, bella e mistica forma di rispetto per noi che andiamo avanti a pane, San Daniele ed epica. A dirla tutta, il massiccio montuoso al confine fra Pakistan e Cina presenta altre quattro vette appena sotto i settemila metri, ma tre sono gli ottomila: Gasherbrum uno e due e Broad Peak. Il K2 non è figlio unico insomma. 

Simone Moro Makalu 2009
(2009. Makalu. Photo credit:Archivio Simone Moro)

L’antico tibetano chiama Gasherbrum la montagna bellissima

Di sicuro fascino, si può aggiungere. Irresistibile. Come solo un alpinista può provare a spiegare, e sfidare.
Quattro italiani lo hanno fatto conficcando il tricolore sulla cima prima di ogni altro: due leggende, Walter Bonatti e Carlo Mauri sui 7.925 m. del Gasherbrum IV nel 1958; Carlalberto “Cala” Cimenti sul VII quota 6.755 m. e Simone Moro, primo d’inverno sul II a quota 8.035 m. insieme ai compagni di cordata, il kazako Urubko e lo statunitense Richards.   

Con Tamara Lunger

Sono i giorni di dicembre 2019, i giorni in cui un ospedale di Wuhan registra i primi casi di una forma di polmonite non conosciuta quando Simone Moro si sistema con il campo base ai piedi del ghiacciaio dei Gasherbrum per l’inizio di una nuova impresa. La traversata delle due vette principali, il GII ed il GI. Due altre leggende italiane, Reinhold Messner e Hans Kammerlander, ci sono riusciti d’estate, ma d’inverno nessuno mai.
Con Simone, c’è Tamara Lunger con cui ha già sfidato le avversità, di roccia e di meteo, più di una volta.
Per tutte, il Pik Pobeda, “solo” tremila metri in una delle aree più fredde e remote non solo della Siberia, ma di tutto il pianeta. 

Tamara Lunger
(Tamara Lunger. Photo credit: Tamara Lunger)

Li dividono diciannove anni (Simone classe 1967, Tamara 1986) li unisce il sacro fuoco.
Bergamasco, bolzanina. Sodalizio strambo, sbocciato alla festa di maturità di Tamara, studentessa della moglie di Simone, Barbara, insegnante di educazione fisica.
Simone è già Simone alpinista di successo, Tamara è scialpinista rampante con le carte in regola per fare bene nelle salite invernali dove la tecnica conta, ma pazienza e perseveranza di più. In più, una discreta rompiballe che marca stretto e con “ottomila” sogni nel cassetto. 

Ogni piano nasconde un imprevisto

Per la traversata dei due Gasherbrum, Simone non sottovaluta le insidie della spedizione e l’imprevedibilità degli agenti atmosferici e, studiato tutto a puntino, decide di attraversare il ghiacciaio in senso contrario rispetto al Messner 1984.
L’inverno ha più imprevisti del gioco da tavola e ci si può equipaggiare ma fino ad un certo punto. 
La situazione infatti si deteriora rapidamente, le condizioni del ghiaccio sono orribili, davvero al limite. I tre giorni programmati per raggiungere il campo stabilito a quota 5.500 diventano due settimane durissime. Si deve chiedere aiuto alle autorità militari pakistane per rimediare una scala di alluminio che consenta di superare un crepaccio.
L’esperienza permette di tenere duro e di non abbassare la concentrazione quando la temperatura risale e il terreno sotto i piedi sembra finalmente migliore. 
Sembra, appunto.

L’incubo si materializza

Il ghiaccio cede di brutto e Simone precipita in una voragine con la corda che lo lega a Tamara, alla vita. Lo strappo impedisce a Tamara di fare qualcosa, se non resistere, provare a resistere. 
Simone cade, rimbalza, finisce a testa sotto, sbatte di qua e di là tra le lame di ghiaccio. Resta cosciente, così cosciente che non urla, non si dispera, comprende che per provare a risalire serve Tamara, serve lucidità. 

È 25 metri giù, spazio di manovra 50 cm, ma si lascia comandare dal sangue freddo.
Al buio pesto, si libera delle ciaspole, pianta un chiodo da ghiaccio dove può, chiede a Tamara una seconda piccozza. La forza e la tecnica lo riportano su, ci vuole un’ora forse due, una vita forse due.
Le piccozze permettono di risalire con una tecnica collaudata, la piolet traction. Semplicissima (da spiegare…), basata sulla trazione delle braccia con i due attrezzi da piantare alternativamente al di sopra del capo, e sull’appoggio delle sole punte frontali dei ramponi.

Simone Moro
(Simone Moro. Photo credit: Archvio Simone Moro)

La gioia di riabbracciare Tamara si smorza in un attimo

La ragazza ha una mano praticamente scarnificata, deformata. È riuscita a non farsi trascinare sotto, con una forza che non sapeva di avere, liberandosi nelle lacrime solo a salvezza raggiunta per entrambi. La radio e poi l’elicottero accelerano il soccorso, i primi controlli medici rassicurano sulle condizioni di Tamara, il rientro in Italia.

La riflessione, dei giorni che seguono, viene amplificata dall’esperienza surreale del lockdown

La convalescenza, la casa, gli affetti. Tamara recupera al meglio. Simone potrebbe – tra monti e vallate – uscire, allenarsi senza infrangere le regole restrittive, ma sceglie di non farlo per rispetto degli altri e soprattutto per condividere momenti irripetibili con Jonas, il figlio di dieci anni.
Sono giorni benedetti per parlare, dare il giusto peso a ciò che conta davvero, anche la fatica, anche l’insuccesso. A Jonas racconta di due campioni che lo hanno sempre ispirato: Reinhold Messner, maestro e faro di una vita, e Pietro Mennea, il barlettano che andava dritto e non verso l’alto, e lo faceva con il veleno nelle gambe e “la tristezza nello sguardo. Ho sempre ammirato quel bisogno di perdere per alimentare il fuoco”.

Non finisce qui

Non finisce mai con chi c’ha le fiamme dentro e lo sguardo fisso all’insù. 
Simone si e’ rimesso in gioco qualche settimana fa con l’obiettivo di raggiungere l’ottava vetta del mondo, il Manaslu (8.163 m). Un’ossessione piu’ che una montagna, essendo il suo quarto infruttuoso tentativo invernale. Mesi se non anni di studio, attesa e pazienza, investendo risorse a cinque zeri, ma la montagna dice lui “considerata la piu’ facile fra i giganti della terra” lo ha respinto anche stavolta. C’e’ un tempo fantastico prima dell’inizio dell’inverno astronomico, ma la coerenza impone di attendere il 21 dicembre quando però il contesto cambia di nuovo come peggio non può essere. Micidiali tempeste di vento gelido, quattro metri abbondanti di neve, buon senso e bandiera bianca. Deja vu del fallimento di sette, due ed un anno prima.
Il bilancio complessivo di Simone dice parecchio del suo approccio alla missione se non impossibile, quasi: ventitre spedizioni invernali, quattro successi. 

 MORO 03 2016 Nanga Parbat
(2016 Nanga Parbat.Photo credit: Archivio Simone Moro)

Figli della Montagna

Tamara, invece, un anno fa ha affrontato il K2 con l’obiettivo di essere la prima donna a raggiungere d’inverno la vetta della nostra montagna. Missione tragica, funesta, senza ritorno per cinque scalatori. Cicatrice profonda. Domande che tornano e ti martellano all’infinito.
A pochi giorni dal rientro in Italia di Tamara, gennaio 2021, una valanga in Val di Susa travolge il Cala (Cimenti), il dominatore del Gasherbrum VII. Non aveva ancora 46 anni, il bambino prodigio del nostro alpinismo. A 12 anni aveva visto il mondo dalla vetta del Bianco, scalato insieme al papà.  

Si ripartirà per le montagne italiane e per altre.
Si arrivera’ in vetta. O si tornerà indietro prima.
Mai da soli e mai cercando un eroe, né tanto meno un colpevole. 

    

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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